sabato 2 giugno 2012

Freezing

Eliane Volchan, con un gruppo di ricerca brasiliano, ha condotto un esperimento per studiare uno dei comportamenti più singolari che vengono manifestati in situazioni di grave pericolo: l'improvvisa immobilità del corpo di fronte ad un possibile rischio per la sopravvivenza; qualcosa di simile alla sindrome neurologica “locked-in“.
Il freezing (“congelamento”) è una  reazione comportamentale già nota in ambito etologico quando la preda, impossibilitata a sottrarsi all'aggressione del predatore, si immobilizza senza tentare la fuga o l’attacco, simulando involontariamente uno stato di morte.

Nella ricerca sono stati coinvolti 33 soggetti  con un disturbo post traumatico da stress (PTSD),  ai quali è stata fatta acoltare, in cuffia, un racconto della loro storia narrata in seconda persona mentre, contemporaneamente, venivano registrati i movimenti del corpo e il battito cardiaco.

In seguito sono stati intervistati  sull'esperienza soggettiva al racconto.
I soggetti che hanno sperimentato una sensazione di immobilità e paralisi per l'esperienza traumatica rivissuta, hanno mostrato una marcata riduzione dei movimenti corporei e  un’innalzamento della frequenza cardiaca, confermando l’esistenza, anche nel repertorio comportamentale umano, di una strategia difensiva involontaria di “congelamento”, come quella manifestata da altri animali.
Una importante conferma che potrebbe spiegare l’atteggiamento di chi rimane immobile nell'assistere ad una scena di violenza o il comportamento passivo della vittima di  gravi abusi e atti di violenza.
La ricerca  è interessante anche per gli elementi di conferma che porta agli studi sui disturbi dissociativi e sull'attaccamento disorganizzato: alcuni bambini, studiati nella situazione sperimentale standard della Strange Situation, mostrano infatti un comportamento contraddittorio e dissociato nei confronti del caregiver, con cui si ricongiungono.
Il comportamento è “disorganizzato” e vengono simultaneamente mostrate espressioni ed azioni incongrue: al ritorno del caregiver possono avvicinarsi spalancando gli occhi, ruotando il viso in un'altra direzione, evitando così il contatto oculare, oppure si immobilizzano (freezing) vocalizzando suoni incomprensibili.

 “Arrivato nelle vicinanze della madre, il bambino le girò intorno evitandola, e poi, fissando il vano della porta da cui era entrata, aprì di nuovo le braccia nel vuoto, come per rispondere all’abbraccio di un’altra madre allucinata” (Giovanni Liotti, La coscienza interpersonale, 2005). 

Il trauma  frammenta e rende contraddittoria la rappresentazione dell'evento (o del caregiver, nel bambino) compromettendo la funzione integratrice della coscienza (continuità, coerenza, sequenzialità) e rendendo difficile una risposta coerente e lineare.
Le informazioni incoerenti disattivano le risposte motorie (come nella trance) e  immobilizzano il corpo, nei casi estremi (come nella drammatica impossibilità di fuggire o attaccare l'evento o l'aggressore), o attivano risposte motorio-espressive contradditorie in risposta a diverse configurazioni emotive attivate

(Vedi anche un altra interessante ricerca della Volchan e coll. sul PTSD)

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